Cobello Elisa

 

Vincitrice alla XIII edizione del “Concorso Europeo per il Teatro e la Drammaturgia Tragos” per la sezione “Regia allestimento allestimento opera lirica”, per Lo Studio e la progettazione de La Traviata di G. Verdi.

 L’Idea di regia 

Ispirata al surrealistico mondo creato da Salvador Dalì, la regia acquista i caratteri di una visione onirica di cui creatore e protagonista è lo stesso artista catalano (Alfredo Germont) insieme alla celebre attrice e show girl statunitense Mae West. Affascinato dalle sue forme sensuali e dalle sue labbra carnose, egli realizza due opere famosissime: Il volto di Mae West (1935) e il Divano – labbra Mae West (1936). A quest’ultima ed altre fondamentali opere si riferisce la scenografia simbolista dell’ intera messa in scena mentre i costumi sono conformi all’ alta moda degli anni Trenta del Novecento e al mondo dell’ Art Déco declinata in America per le grandi dive hollywoodiane e per l’alta borghesia europea, considerando le specifiche di ogni atto, l’identità storica dei singoli e al tempo stesso il loro essere “creazioni mentali” di un artista che vive la sua epoca e il suo costume. 

Seppur immersi in una narrazione – immaginazione frutto dell’inconscio, elementi chiave nelle creazioni surrealiste, i personaggi si riferiscono a persone realmente esistite. Se la West è Violetta Valery , Flora Bervoix è una affascinante Gloria Swanson ancora agli inizi della sua carriera e che, come è noto, conquisterà il successo di pubblico con la parte di Norma, in un primo momento affidata proprio a Mea, in Viale del Tramonto di Billy Wilder nel 1950. Surrealisti sono il Barone Duphol, il teorico André Breton, il quale ebbe non pochi motivi di scontro politico e ideologico con l’artista catalano, e il Marchese d’Obigny nella figura di Joan Mirò, il “più surrealista di tutti” (ct. Andrè Breton). Il visconte Gastone de Letorières è Raoul Walsh, il regista del nuovo fim della West Annie del Klondike (1936), mentre il dottore è Colin Clive, attore britannico dell’epoca noto per aver interpretato il ruolo del Dr. Frankenstein sia nel 1931(in Frankenstein) che nel 1936 (in La moglie di Frankenstein). Giorgio Germont è naturalmente Salvador Dalí i Cusì che, convinto che la vicinanza del figlio ai surrealisti avesse un pessimo effetto sul suo senso morale, ebbe sempre un rapporto conflittuale con il figlio tanto da arrivare a diseredarlo. 

Nell’ ouverture Violetta crea e presenta al pubblico il suo personaggio, la diva e musa ispiratrice. Nel primo atto, in un salotto alto borghese, si svolge la serata di presentazione del nuovo film della West che sfrutta le sue doti di sex symbol del cinema attirando su di sé l’attenzione di fotografi e addetti stampa. Il suo eccessivo mostrarsi non è apprezzato dagli invitati, espressione di una mentalità ancora legata a schemi e stereotipi del passato, ma molto lo è da Alfredo a sua volta eccentrico ed individualista. La visione perbenista è quanto di più lontano ci possa essere dall’indole della West tanto che la sua provocazione si traduce in uno strip tease sul divano in finale d’atto sulle note di “Sempre libera” . 

Il tempo del sentimento, un tempo tutto interiore e non cronologico, è protagonista nel primo quadro del secondo atto. Alfredo tenta invano di terminare il dipinto di Violetta ma la sua influenza nella sua mente è così forte da destabilizzarlo. La scena si ispira all’opera La persistenza della memoria (1931) sia nelle forme che nei colori così come i costumi che, seppur riferibili all’epoca storica, sono mimetizzati come macchie di colore in un quadro. Nella festa in maschera a casa di Flora (Secondo atto, secondo quadro) Alfredo, travestito da mago, propone un gioco di prestigio. I costumi sono estrosi e ricchi mentre la scena è chiara ed essenziale. In entrambi vi è un riferimento ai tarocchi creati da Salvador Dalì che non sono altro che gli stessi personaggi: in fondo il loro stesso esistere non è altro che un gioco. 

La progressiva perdita di consistenza della figura di Violetta così come della visione stessa creata dall’artista è chiaramente visibile nella stanza del terzo atto che è in realtà uno spazio del pensiero etereo e freddo. Il vuoto è invasivo e dominante fino a quando nel Baccanale i coristi (ovvero quelli stessi esponenti di una società falsamente moralista, intransigente e decisamente conformista) entrano in scena e nel crescendo finale invadono la stanza, travestiti da grandi formiche (Formiche, 1936), e coprono il corpo di Violetta fino alla chiusura del sipario. 

Per lo studio meticoloso per la messa in scena della “Traviata” di Giuseppe Verdi ispirata al mondo surreale di Salvator Dalì; per la costruzione della regia che conduce lo spettatore nello sviluppo della storia accompagnandolo con una scenografia simbolica che progredisce di significato; per l’ambientazione trasposta negli anni ’30 nei costumi che suggerisce eleganza e  fascino non immune da possibili ed improvvisi cambiamenti che mirano a far capitolare nella vertigine dell’inconscio, la Giuria ha ritenuto il lavoro meritevole di vincere la “Sezione Regia – Allestimento Opera Lirica” per la XIII edizione del “Concorso Tragos”